domenica 20 settembre 2015

uno dei nemici: lo spirito d'impurità

Ma il diavolo, che odia il bene ed è invidioso, 
non sopportò di vedere in un giovane tale proposito di vita 
e incominciò a mettere in opera anche contro di lui i suoi intrighi abituali. 

Per prima cosa cercò di distoglierlo dall’ascesi 
ispirandogli il ricordo delle ricchezze, 
la sollecitudine per la sorella, l’affetto per i parenti, 
l’amore per il denaro, il desiderio di gloria, 
il piacere di un cibo svariato e ogni altro godimento della vita. 

Infine gli suggeriva il pensiero di come sia aspra la virtù 
e quali fatiche richieda e gli metteva dinanzi 
la debolezza del corpo e la lunghezza del tempo. 
Insomma risvegliò nella sua mente una grande tempesta di pensieri, 
perché voleva distoglierlo dalla sua giusta decisione.

Ma come il Nemico si vide debole di fronte al proposito di Antonio 
e vide che era piuttosto lui a essere vinto dalla fermezza di Antonio, 
respinto dalla sua grande fede e abbattuto dalle sue continue preghiere, 
allora confidò in quelle armi che si trovano presso l’ombelico e se ne gloriò 
– sono queste le prime insidie contro i giovani–. 

Assale così il giovane turbandolo di notte, 
molestandolo di giorno al punto che quelli che lo vedevano 
si accorgevano della lotta che si combatteva tra i due. 

L’uno, infatti, suggeriva pensieri impuri, l’altro li scacciava con le preghiere; 
l’uno lo eccitava, l’altro, come arrossendo di vergogna, 
dava forza al suo corpo mediante la fede e i digiuni. 

Il diavolo, sciagurato, di notte assumeva anche l’aspetto di una donna 
e ne imitava il comportamento in tutte le maniere, 
con il solo intento di sedurre Antonio. 

Ma questi, pensando a Cristo e meditando sulla nobiltà 
che l’uomo possiede grazie a lui e sulla qualità spirituale dell’anima, 
spegneva il fuoco della sua seduzione. 

Di nuovo il Nemico gli suggeriva la dolcezza del piacere, 
ma Antonio, come adirato e addolorato, 
pensava alla minaccia del fuoco e al tormento del verme, 
opponeva questi pensieri alle tentazioni del Nemico 
e passava attraverso di esse senza patirne danno.

Tutto questo accadeva a vergogna del Nemico. 
Colui che pensava di farsi simile a Dio, infatti, 
veniva deriso da un giovane ragazzo; 
colui che si gloriava contro la carne e il sangue, 
era abbattuto da un uomo rivestito di carne perché il Signore, 
che si rivestì di carne per noi e che diede al corpo la vittoria sul diavolo, aiutava Antonio. 
Perciò ciascuno di quelli che così combattono può dire: 
Non io, ma la grazia di Dio che è con me.

Infine il drago, poiché non era riuscito a far cader Antonio 
neppure in questo modo e vedeva che invece era lui a essere respinto dal suo cuore, 
digrignando i denti, come sta scritto e come fuori di sé, 
gli apparve quale egli è spiritualmente, nelle sembianze di un ragazzo nero. 

Come se gli fosse sottomesso, non lo assaliva più con i pensieri 
– l’ingannatore, infatti, era stato scacciato – 
ma usando la voce umana gli diceva: 
« Molti ho tratto in inganno, la maggior parte li ho abbattuti, 
ma ora che ho affrontato te e le tue fatiche come ho fatto con molti altri, 
sono ridotto all’impotenza ». 

Poi, quando Antonio gli chiese: « Chi sei tu che così mi parli? », 
subito gemeva dicendo: « Io sono amico dell’impurità; 
mi sono incaricato di insidiare ed eccitare i giovani per spingerli ad essa. 

Mi chiamano spirito d’impurità. 

Quanti, che volevano vivere castamente, sono riuscito a ingannare! 
Quanti, che vivevano in castità, ho dissuaso con le mie istigazioni! 
Io sono colui a causa del quale il profeta rimprovera quelli che sono caduti dicendo: 
Vi siete lasciati sviare da uno spirito di impurità; 
a causa mia furono gettati a terra. 
Io solo colui che spesso ti ha molestato 
e che altrettante volte si è visto respinto da te ».

Antonio allora rese grazie al Signore, 
si fece coraggio contro il Nemico e gli disse: 
« Grande disprezzo ti meriti; sei nero nell’animo e debole come un ragazzo. 
Non ho più motivo di preoccuparmi per te. 
Il Signore è il mio aiuto e io disprezzerò i miei nemici ». 
All’udir questo quel ragazzo nero se ne fuggì 
spaventato da quelle parole 
temendo anche solo di avvicinarsi a tale uomo.

http://www.monasterovirtuale.it/i-dottori-della-chiesa/s.-atanasio-vita-di-antonio.html

sabato 19 settembre 2015

mezzo incitrullito ... dotto e intelligente

Ma Giuseppe, che palesava essere un mezzo incitrullito, 
fu rimandato a casa. 
I coetanei, quelli più aspri e pungenti, 
non mancarono di affibiargli il soprannome di 
“Pippi boccaperta” 
per averlo sorpreso più volte con la bocca semichiusa 
e le braccia aperte in forma di croce 
dinanzi alle immagini sacre della chiesa di San Francesco. 

In realtà, questo era il preludio delle sue mistiche ascensioni.

Più tardi si rivolse ai Riformati di Casole, 
ma nemmeno questi vollero saperne della sua vocazione. 
Non rimanevano che i Cappuccini dove fu accettato in qualità di fratello laico. 
Stette prima a Copertino e poi a Martina Franca, 
dove fu mandato per l’anno di noviziato. 
Qui vestì il saio e lo chiamarono fra Stefano. 
Era il 1620. 
Un giorno, però, il maestro di noviziato lo chiamò 
per dirgli di tornare al mondo perché non era vocato per quell’Ordine 
in quanto cagionevole di salute, sempre distratto 
al punto da apparire un pò demente. 
Amareggiato, deluso, scalzo e seminudo 
partì da Martina Franca per raggiungere la sua Copertino.

[...]

La sua povertà, ma soprattutto la fama 
dell’indiscutibile carica umanitaria, 
la sua eccezionale fede religiosa e i suoi prodigi 
superarono i confini cittadini e quelli provinciali. 
La sua prima levitazione è documentata il 4 ottobre 1630 
al rientro in chiesa della processione di San Francesco. 
Giuseppe, infatti, si sollevò da terra fino all'altezza del pulpito, 
immobile sotto gli occhi di una folla in delirio. 
Da allora la sua vita cambiò. Le estasi divennero sempre più frequenti.

[...]

A Giuseppe obbedivano non solo gli uomini, ma anche gli animali. 
Cominciò a profondere miracoli 
i quali si pubblicano per la prima volta da Domenico Andrea Rossi nel 1767. 
Il Ministro Generale dei Minori Conventuali, infatti, 
in quell'anno, per i torchi di Giovanni Zampei, dette alle stampe il 
“Compendio della vita, virtù e miracoli di S. Giuseppe di Copertino”. 
Ma la diffusione dei suoi miracoli non tardò a richiamare 
l’attenzione del Sant'Offizio di Napoli. 
Le accuse partirono da Giovinazzo dove il Nostro, 
al termine di una levitazione fu accusato di truffa.
Sicchè il 26 maggio 1636 partì l’accusa formale. 
Secondo la procedura il fascicolo fu inviato a Roma 
dove la commissione cardinalizia del tribunale inquisitoriale 
discusse il caso.

Nel 1638 a Napoli iniziò il suo calvario. 
In attesa di nuove prove di santità fu deciso di tenerlo segregato 
e fu mandato esule e triste ad Assisi. 
Era il 1643 e i suoi miracoli si susseguivano anche in Assisi 
dove gli fu consegnata la cittadinanza onoraria. 
Era il 4 agosto del ’43. 
Ad Assisi padre Giuseppe visse quattordici anni 
e rivelò anche in quella città le sue doti profetiche 
tra cui la morte di Urbano VIII anticipata tre giorni prima. 
Ultimo carisma fu quello della scienza. 
Semplice di lingua, zoppicante in calligrafia, trepido nella lettura, 
ma quando parlava di Dio 
“aveva tanta fecondia nei discorsi teologici 
che pareva dotto e intelligente”.

http://www.sangiuseppedacopertino.it/home/la-storia/san-giuseppe-da-copertino/

mercoledì 9 settembre 2015

"la seconda tavola dopo il naufragio"

Gli innocenti sono migliori dei penitenti, 
perché, al dire di S. Girolamo, 
"la penitenza è la seconda tavola dopo il naufragio". 
Dio invece ama più i penitenti degli innocenti; 
perché di essi più si rallegra. Infatti si legge nel Vangelo: 
"Vi dico che vi sarà più festa in cielo per un peccatore pentito, 
che per novantanove giusti, che non abbisognano di penitenza". 
Dunque non sempre Dio ama le cose migliori.

[...]

È necessario affermare, stando a quel che si è già detto, 
che Dio ama di più le cose migliori. 
Abbiamo spiegato infatti che per Dio 
amare di più un essere non vuol dire altro che 
dare a quest'essere un bene più grande, 
essendo la volontà di Dio la causa della bontà nelle cose. 
E quindi, proprio per questo vi sono delle cose migliori, 
perché Dio vuole ad esse un bene maggiore. 
Di qui la conseguenza che le cose migliori Dio le ama di più.

[...]

La natura umana assunta dal Verbo di Dio 
nella Persona del Cristo è amata da Dio più di tutti gli angeli: 
ed è più nobile specialmente a causa dell'unione (ipostatica). 
Ma, parlando della natura umana in generale, 
e paragonandola alla natura angelica 
quanto all'ordine della grazia e della gloria, vi è parità, 
perché, come è detto nell'Apocalisse, 
"una stessa misura è per l'uomo e per l'angelo"; 
in maniera, però, che, sotto questo aspetto 
alcuni angeli risultano superiori a certi uomini, 
e alcuni uomini superiori a certi angeli. 
Se si parla però della loro condizione naturale, 
l'angelo è superiore all'uomo. 
E perciò se Dio ha assunto la natura umana, 
non è perché assolutamente parlando amasse di più l'uomo, 
ma perché questi era più bisognoso. 
Ha fatto come un buon padre di famiglia, 
il quale dà ad un servo malato 
un cibo più costoso che ad un figlio sano.

[...]

I penitenti e gli innocenti si possono trovare 
(confrontati tra di loro) reciprocamente in vantaggio e in svantaggio. 
Penitenti o innocenti, 
sono migliori e maggiormente amati 
quelli che hanno la grazia in maggiore abbondanza. 
Tuttavia, a parità di condizioni, l'innocenza è migliore 
e da Dio è maggiormente amata. 
Ma si dice che Dio fa più festa per un penitente che per un innocente, 
perché, di solito, i peccatori pentiti risorgono 
più cauti, più umili e più fervorosi. 

Per questo S. Gregorio può affermare che 
"il capitano preferisce nel combattimento un soldato che, 
dopo esser fuggito, è ritornato e incalza fortemente il nemico, 
ad uno che mai è fuggito, ma neppure ha compiuto atti di eroismo". 
- Si può anche addurre un'altra ragione, 
e cioè che un uguale dono di grazia è maggiore 
in rapporto a un penitente il quale meritò una punizione, 
che in rapporto a un innocente il quale non l'ha meritata. 
Così, cento marchi costituiscono un regalo più grande 
se si danno ad un povero, che se si danno ad un re.

San Tommaso d'Aquino, Summa teologica I, q. 20, a. 4

martedì 1 settembre 2015

la possibilità di non morire

Se la caratteristica dell’immortalità 
non appartiene per sé alla natura umana, 
come è possibile che l’uomo sia immortale? 
O che è lo stesso, è possibile che l’immortale diventi mortale?

A queste domande Agostino così risponde: 
la possibilità riposa sul fatto che ci sia un essere che, 
nello stesso tempo, sia Creatore e creatura, 
Immortale per sé e mortale per accidens, 
cioè che abbia in sé le proprietà specifiche dei due esseri, 
quello divino e quello umano . 

Al pensiero che un Dio diventi uomo e un uomo diventi Dio, 
l’uomo smarrisce il suo orientamento 
e si affida unicamente alla logica del mistero.

Di fronte a questo quesito, 
i Padri sono dell’avviso che il mistero 
per realizzarsi deve seguire la logica di Dio, 
e cioè che Dio diventi prima uomo, 
e poi l’uomo può diventare Dio, perché non è possibile che l’uomo, 
per sé è mortale, diventi da solo Dio. 
E’ necessario prima che Dio, per sé immortale, diventi uomo, 
così che l’uomo possa essere elevato alla dignità divina 
e quindi anche alla caratteristica dell’immortalità.

Così infatti scrive Ireneo: 
«Per il fatto che il Verbo di Dio si è fatto uomo, 
egli è contemporaneamente Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, 
affinché l’uomo, unito al Verbo di Dio 
e ricevendo l’adozione, diventa Figlio di Dio» .

[...]

In altri termini, se Dio ha deciso nella sua liberissima volontà 
di elevare l’uomo alla gloria e quindi all’immortalità, 
doveva anche fornire il mezzo adatto per conseguirla, 
cioè metterlo nelle condizioni oggettive 
di poter raggiungere con la grazia il suo fine ultimo. 

Unico mezzo possibile è quello dell’unione ipostatica, 
per la quale Dio assume l’uomo 
e l’uomo può diventare Dio nella Persona che lo personalizza. 
Solo attraverso l’unione ipostatica tra Dio e uomo 
c’è scambio di caratteristiche essenziali, come quella dell’immortalità. 
L’immortalità per sé del Verbo 
viene comunicata anche alla natura umana, 
personalizzata dalla Persona del Verbo.

[...]
La natura umana di Cristo, perciò, non diviene per sé immortale, 
ma, conservando la sua mortalità, acquista l’esigenza all’immortalità.
Tale interpretazione poggia sulle testimonianze dei Padri.

[...]

l’uomo è stato creato mortale o immortale?
A questo delicato quesito, i Padri sono unanimi 
nel ritenere che Adamo, e in lui ogni uomo, 
non fu creato né mortale né immortale, 
ma fu creato indifferente, 
cioè nella natura per sé mortale Dio ha posto un seme per sé immortale, 
e tutto dipendente dalla scelta di Adamo o dell’uomo. 

Il “seme d’immortalità” è dato dall’”immagine” a Cristo. 
E poiché non si può ammettere in Dio un prima e poi, 
se non soltanto a livello logico, si deve concludere dicendo 
che Adamo si è costituito nella sua realtà ontologica, 
mortale o immortale, 
in forza della sua scelta di fede radicale fatta a Cristo. 

Nell’uomo, l’immagine di Cristo può dirsi “naturale”, 
in quanto è stata inserita nella natura e con la natura, 
all’istante della creazione, e non dalla natura; 
e anche “soprannaturale”, in quanto insieme all’anima 
costituisce la stessa naturale natura umana. 

Ciò significa che la prima grazia santificante 
non trasformava la natura umana da mortale a immortale, 
ma le concedeva soltanto la possibilità di non morire.

Il Verbo, assumendo la natura umana, 
si è fatto in tutto simile all’uomo eccetto il peccato, 
cioè ha assunto un corpo “mortale” per legge di natura, 
ma “immortale” per l’immagine di Cristo. 

Cristo, pertanto, aveva la possibilità di non morire, 
eppure ha voluto subire l’umiliazione della morte, 
per sconfiggere la stessa morte con e nella sua morte libera e volontaria. 
Onde Paolo può scrivere: 
«La morte è stata ingoiata per la vittoria» .

In breve, la realtà dell’immortalità alla luce di Cristo 
si rivela un vero e proprio mistero. 
Solo per Cristo le creature partecipano dell’immortalità. 
E poiché l’immortalità è prerogativa esclusiva della divinità, 
le creature vi partecipano soltanto in forza dell’unione ipostatica. 
Cristo partecipa all’uomo l’immagine sua di Dio, 
da cui scaturisce l’immortalità e la beatitudine. 
Pur ricevendo l’immortalità, 
non tutte le creature ricevono la beatitudine finale.

http://www.centrodunsscoto.it/Il_Cristocentrismo_di_Giovanni_Duns_Scoto.htm

sabato 22 agosto 2015

vita e morte nel mistero ...

In sintonia con il mistero globale di Cristo, 
Duns Scoto instaura una forma di perfetta analogia: 
come Cristo è morto ed è risorto, 
così Maria è morta risuscitata e assunta in cielo. 

Il fondamento della sua posizione 
è dato dal commento al passo del Genesi (3, 19): 
«sei polvere e in polvere ritornerai». 
Il valore dell’espressione è così generale 
che non ammette eccezione, neppure per Cristo e Maria. 

Per comprendere il pensiero del Dottor Sottile 
bisogna tenere presente la distinzione 
tra valore di legge naturale e valore di legge morale: 
la morte appartiene alla legge naturale, 
che non ammette eccezioni di sorta; 
il peccato originale, alla legge morale, che sopporta l’eccezione, 
come di fatto è avvenuto nella storia della salvezza. 

In questo modo si comprende anche la differenza 
dell’universalità del peccato con l’universalità della morte. 
Di per sé, la morte è una conseguenza del peccato originale, 
secondo Paolo (Rm 5, 12), cioè per demerito; in Cristo e Maria, invece, 
la morte risponde alla legge naturale e non alla legge morale, 
dal momento che essi erano esenti dal peccato d’origine e attuale, 
e quindi per privazione della gloria di per sé nel corpo.

Questo pensiero di Duns Scoto è da completarlo con quanto scrive: 
«E’ probabile che, alla fine dei tempi, gli ultimi uomini subiranno la morte 
come quella di Cristo e di sua Madre, e poi subito risorgeranno». 

La morte di Cristo e di Maria non viene mai vista 
come conseguenza del peccato, ma sempre come legge naturale, 
cui è soggetta metafisicamente la materialità del corpo. 

Si può concludere questo breve riferimento all’assunzione di Maria 
dicendo che se il Redentore ha preservato Maria dalla colpa originale, 
che è la pena maggiore del castigo divino, non l’ha liberata dalle pene minori, 
come sete, fame, dolore, passione e morte; 
e questo perché Maria potesse maggiormente meritare per sé e gli altri.

Anche in questo mistero Duns Scoto va contro corrente, 
difatti [secondo] gli autori della scolastica e tanti teologi, 
basandosi sempre sul testo di Paolo (Rm 5, 12): 
«la morte è entrata nel mondo per il peccato»; 
di conseguenza prima del peccato originale c’era l’immortalità. 

Il Maestro francescano, con la distinzione 
tra morte con valore naturale e morte come pena del peccato, 
è del parere che sia Cristo che Maria dovevano morire 
per legge naturale della materialità del proprio corpo. 

Difatti scrive, commentando il suddetto testo paolino (Rom 5, 12), 
che la morte è entrata sì nel mondo per il peccato, 
ma è stata preceduta dalla «potenza di morire». 

E nell’ipotesi assurda che Adamo avesse conservato lo stato di innocenza, 
la morte non sarebbe entrata nel mondo, 
ma con questo non sarebbe ipso facto immortale, 
perché la morte non appartiene allo stato di grazia, 
ma allo stato di natura, al massimo la morte sarebbe stata diversa, 
cioè non come punizione, ma come semplice passaggio alla vita eterna 
senza l’attuale senso punitivo. 

La morte perciò secondo Duns Scoto più che al peccato, 
anche se con esso è punizione, appartiene alla legge di natura del corpo 
che intrinsecamente e metafisicamente è mortale. 
Allora anche Maria è passata attraverso il dolce sonno della morte 
alla beata assunzione in cielo, come suo Figlio, 
anche se con modalità differenti, proprio in forza dei meriti 
de condigno che hanno acquistato per gli altri.

http://www.centrodunsscoto.it/articoli/Articoli_html/assunzione
%20al%20cielo%20della%20vergine%20maria.htm

venerdì 7 agosto 2015

verso la riconciliazione ... l'indissolubilità

L'esperienza quotidiana mostra, purtroppo, 
che chi ha fatto ricorso al divorzio 
ha per lo più in vista il passaggio ad una nuova unione, 
ovviamente non col rito religioso cattolico. 

Poiché si tratta di una piaga che va, al pari delle altre, 
intaccando sempre più largamente anche gli ambienti cattolici, 
il problema dev'essere affrontato con premura indilazionabile. 

I Padri Sinodali l'hanno espressamente studiato. 
La Chiesa, infatti, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini 
e soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che 
- già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale - 
hanno cercato di passare a nuove nozze. 
Perciò si sforzerà, senza stancarsi, 
di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.

Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati 

a ben discernere le situazioni. 
C'è infatti differenza tra quanti sinceramente 
si sono sforzati di salvare il primo matrimonio 
e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, 
e quanti per loro grave colpa hanno distrutto 
un matrimonio canonicamente valido. 
Ci sono infine coloro che hanno contratto 
una seconda unione in vista dell'educazione dei figli, 
e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza 
che il precedente matrimonio, 
irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.


Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori 

e l'intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati 
procurando con sollecita carità 
che non si considerino separati dalla Chiesa, 
potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, 
partecipare alla sua vita. 

Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, 
a frequentare il sacrificio della Messa, 
a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità 
e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, 
a educare i figli nella fede cristiana, 
a coltivare lo spirito e le opere di penitenza 
per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. 

La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, 
si dimostri madre misericordiosa 
e così li sostenga nella fede e nella speranza.


La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, 

fondata sulla Sacra Scrittura, 
di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. 

Sono essi a non poter esservi ammessi, 
dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita 
contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore 
tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. 
C'è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: 
se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, 
i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione 
circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio.


La riconciliazione nel sacramento della penitenza 

- che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico - 
può essere accordata solo a quelli che, 
pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, 
sono sinceramente disposti ad una forma di vita 
non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. 

Ciò comporta, in concreto, 
che quando l'uomo e la donna, per seri motivi 
- quali, ad esempio, l'educazione dei figli - 
non possono soddisfare l'obbligo della separazione, 
«assumono l'impegno di vivere in piena continenza, 
cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» 
(Giovanni Paolo PP. II, 
7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).


Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio 

sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, 
sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, 
per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, 
di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, 
cerimonie di qualsiasi genere. 
Queste, infatti, darebbero l'impressione 
della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide 
e indurrebbero conseguentemente in errore 
circa l'indissolubilità del matrimonio validamente contratto.


Agendo in tal modo, 

la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; 
nello stesso tempo si comporta con animo materno 
verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, 
senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.


Con ferma fiducia essa crede che, 
anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore 
ed in tale stato tuttora vivono, 
potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, 
se avranno perseverato nella preghiera, 
nella penitenza e nella carità.

San Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 84

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_exhortations/
documents/hf_jp-ii_exh_19811122_familiaris-consortio.html

domenica 2 agosto 2015

... per un fine necessario e onesto

È proprio dei commercianti dedicarsi agli scambi delle merci. 
Ora, come nota il Filosofo, ci sono due tipi di scambi. 

C'è uno scambio quasi naturale e necessario: 
in cui c'è la permuta tra merce e merce,
 oppure tra merce e denaro, per le necessità della vita. 
E tale scambio propriamente non appartiene ai commercianti, 
ma piuttosto ai capi famiglia e ai governanti, 
i quali hanno il compito di provvedere la loro casa, 
o il loro stato delle cose necessarie alla vita. 

Invece l'altra specie di scambio è tra denaro e denaro, 
o tra qualsiasi merce e denaro: 
non per provvedere alle necessità della vita, 
ma per ricavarne un guadagno. 
E questo tipo di traffico è proprio dei commercianti. 

Ebbene, secondo il Filosofo il primo tipo di scambi è degno di lode: 
poiché soddisfa a una esigenza naturale. 

Il secondo invece è giustamente vituperato: 
poiché di suo soddisfa la cupidigia del guadagno, 
che non conosce limiti, e tende all'infinito. 

Perciò, considerato in se stesso, 
il commercio ha una certa sconvenienza: 
in quanto nella sua natura non implica un fine onesto e necessario.

Sebbene però il guadagno, che è il fine del commercio, 
non implichi un elemento di onestà e di necessità, 
tuttavia non implica nella sua natura niente di peccaminoso e di immorale. 

Perciò niente impedisce di ordinare il guadagno 
a qualche fine necessario e onesto. 

E in tal caso il commercio è lecito. 
Come quando uno ordina il modesto guadagno 
cercato nel commercio al sostentamento della propria famiglia, 
o a soccorrere gli indigenti: 

oppure quando uno si dedica al commercio per l'utilità pubblica, 
cioè perché nella sua patria non manchino le cose necessarie; 
e quando si ha di mira il guadagno non come fine, 
ma come compenso del proprio lavoro.

[...]

I chierici non solo devono astenersi 
dalle cose che sono intrinsecamente cattive, 
ma anche da quelle che hanno l'apparenza del male. 

E questo si verifica nel commercio, 
sia perché è ordinato a un guadagno materiale, 
che i chierici devono disprezzare; 
sia per i molteplici vizi dei commercianti; 

poiché, come dice l'Ecclesiastico, 
"difficilmente il negoziante si libera dai peccati di lingua". 

E c'è una seconda ragione: 
perché il commercio lega troppo l'animo alle cose secolaresche, 
e quindi lo distoglie da quelle spirituali. 

Ecco perché l'Apostolo ammonisce: 
"Nessuno che militi per Dio s'impiccia degli affari del secolo". 

Ai chierici però è lecito il primo tipo di scambi, 
cioè quelli che sono ordinati, nella compravendita, 
alle necessità della vita.

San Tommaso d'Aquino, Summa Teologica, II-II, q.77, a.4