lunedì 14 novembre 2016

inizio della sapienza: fede e timore


In due modi una cosa può dirsi l'inizio della sapienza

primo, perché è l'inizio della sua costituzione essenziale
secondo, perché è l'inizio dei suoi effetti.

Come l'inizio di un'arte nei suoi dati essenziali 
è dato dai princìpi da cui essa deriva, 
mentre l'inizio di tale arte nei suoi effetti 
è il punto di partenza della realizzazione del lavoro artistico: 

come se si dicesse che per l'arte muraria 
il principio è costituito dalle fondamenta 
perché è di là che il muratore comincia a operare.

Ora, essendo la sapienza la cognizione delle cose di Dio
come vedremo [q. 45, a. 1], 
i teologi e i filosofi la considerano in maniera diversa.

Poiché infatti la nostra vita è indirizzata alla fruizione di Dio 
mediante una partecipazione della natura divina, 
cioè mediante la grazia, 
noi teologi non dobbiamo considerare la sapienza 
solo come cognizione di Dio alla maniera dei filosofi, 
bensì anche quale principio direttivo della vita umana
la quale è diretta non solo dalle ragioni umane, 
ma anche dalle ragioni divine, come spiega S. Agostino [De Trin. 12, 13].

Così dunque l'inizio della sapienza 
quanto alla sua struttura essenziale sono i primi princìpi di essa, 
vale a dire gli articoli di fede. 

E da questo lato l'inizio della sapienza è la fede.

Quanto invece agli effetti l'inizio della sapienza 
è il punto da cui parte la sua operazione.

E da questo lato l'inizio della sapienza è il timore.

Per certi aspetti tuttavia il timore servile e per certi altri il timore filiale.

Infatti il timore servile è come un principio 
che dispone alla sapienza dall'esterno: 

cioè in quanto il timore del castigo allontana dal peccato 
predisponendo un soggetto agli effetti della sapienza, 
secondo le parole della Scrittura [Sir 1, 17 Vg]: 
"Il timore di Dio scaccia il peccato".

Invece il timore casto, o filiale, 
è inizio della sapienza come suo primo effetto.

Essendo infatti compito della sapienza 
il guidare la vita umana secondo le ragioni divine, 
bisogna iniziare col rispetto dell'uomo verso Dio, 
e con la sottomissione a lui: 

da ciò infatti deriva come conseguenza 
che uno si regoli in tutto secondo Dio.

San Tommaso D'Aquino, Somma Teologica II-II, q. 19, a. 7

venerdì 11 novembre 2016

lussuria e accecamento ... della mente

Quando le potenze inferiori 
sono fortemente impressionate dai loro oggetti, 
ne segue che le facoltà superiori 
vengono impedite e turbate nei loro atti. 

Ora, è specialmente nei peccati di lussuria, 
per l'intensità del piacere, che l'appetito inferiore, cioè il concupiscibile, 
si volge con violenza verso il proprio oggetto, cioè verso il bene dilettevole.

Ne segue quindi che le potenze superiori, 
cioè la ragione e la volontà, 
vengono turbate in modo gravissimo dalla lussuria.

Ora, gli atti della ragione in campo pratico sono quattro. 

Primo, la semplice intellezione, che intuisce il fine come un bene. 

E questo atto viene compromesso dalla lussuria, 
secondo le parole di Daniele [13, 56]: 
"La bellezza ti ha sedotto, la passione ti ha pervertito il cuore". 
E abbiamo così l'accecamento della mente

Il secondo atto è la deliberazione sui mezzi da usare per raggiungere il fine. 

E anche questo viene impedito dalla concupiscenza della lussuria: 
per cui Terenzio [Eunuch. 1, 1] poteva dire dell'amore libidinoso: 
"È una cosa che in sé non ha né deliberazione né misura, 
e tu non puoi governarlo con la riflessione". 

E così abbiamo la precipitazione, 
che implica mancanza di deliberazione, 
come sopra [q. 53, a. 3] si è detto. 

Il terzo atto è il giudizio sulle azioni da compiere. 

E anche questo viene impedito dalla lussuria; 
si legge infatti in Daniele [13, 9] a proposito dei [due] vecchi lussuriosi: 
"Persero il lume della ragione, così da non ricordarsi del giusto giudizio".
E quanto a ciò viene posta l'inconsiderazione. 

Il quarto atto è il comando esecutivo della ragione. 

E anche questo viene impedito dalla lussuria: 
poiché dall'impeto della concupiscenza 
l'uomo viene impedito dall'eseguire ciò che si era proposto di fare.
 
Per cui Terenzio [l. cit.] così parla di un innamorato 
che diceva di volersi separare dalla sua amante: 
"Tutte queste parole saranno sopraffatte dalla prima lacrimuccia bugiarda".


Dalla parte poi della volontà conseguono due atti disordinati. 

Il primo riguarda il desiderio del fine, 
per cui si ha l'amore di sé, 
a motivo cioè del piacere che il lussurioso brama disordinatamente, 
e per opposizione l'odio di Dio, 
in quanto cioè Dio proibisce la concupiscenza dei piaceri. 

Il secondo riguarda invece il desiderio dei mezzi, 
per cui si ha l'attaccamento alla vita presente, 
nella quale il lussurioso vuole godersi il piacere, 
mentre all'opposto si ha la disperazione della vita futura, 
poiché chi è troppo preso dai piaceri carnali 
non si cura di raggiungere i beni spirituali, di cui sente fastidio.
 
San Tommaso D'Aquino, Somma Teologica, II-II, q. 153, a. 5 

mercoledì 9 novembre 2016

illusione di un mondo irreale


La pornografia 
consiste nel sottrarre all'intimità dei partner 
gli atti sessuali, reali o simulati, 
per esibirli deliberatamente a terze persone. 

Offende la castità perché snatura l'atto coniugale, 
dono intimo e reciproco degli sposi. 

Lede gravemente la dignità di coloro che vi si prestano 
(attori, commercianti, pubblico), 
poiché l'uno diventa per l'altro oggetto 
di un piacere rudimentale e di un illecito guadagno. 

Immerge gli uni e gli altri nell'illusione di un mondo irreale. 

È una colpa grave. 

Le autorità civili devono impedire la produzione 
e la diffusione di materiali pornografici.


CCC, 2354
http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s2c2a6_it.htm

venerdì 4 novembre 2016

creazione, male e provvidenza

 Se Dio Padre onnipotente, 
Creatore del mondo ordinato e buono, 
si prende cura di tutte le sue creature, 
perché esiste il male?

A questo interrogativo tanto pressante quanto inevitabile, tanto doloroso quanto misterioso, nessuna risposta immediata potrà bastare. È l'insieme della fede cristiana che costituisce la risposta a tale questione: la bontà della creazione, il dramma del peccato, l'amore paziente di Dio che viene incontro all'uomo con le sue alleanze, con l'incarnazione redentrice del suo Figlio, con il dono dello Spirito, con la convocazione della Chiesa, con la forza dei sacramenti, con la vocazione ad una vita felice, alla quale le creature libere sono invitate a dare il loro consenso, ma alla quale, per un mistero terribile, possono anche sottrarsi. 

Non c'è un punto del messaggio cristiano che non sia, 
per un certo aspetto, una risposta al problema del male.

Ma perché Dio non ha creato 
un mondo a tal punto perfetto 
da non potervi essere alcun male? 

Nella sua infinita potenza, Dio potrebbe sempre creare qualcosa di migliore. Tuttavia, nella sua sapienza e nella sua bontà infinite, Dio ha liberamente voluto creare un mondo « in stato di via » verso la sua perfezione ultima. Questo divenire, nel disegno di Dio, comporta, con la comparsa di certi esseri, la scomparsa di altri, con il più perfetto anche il meno perfetto, con le costruzioni della natura anche le distruzioni. Quindi, insieme con il bene fisico esiste anche il male fisico, finché la creazione non avrà raggiunto la sua perfezione.

 Gli angeli e gli uomini, creature intelligenti e libere, devono camminare verso il loro destino ultimo per una libera scelta e un amore di preferenza. Essi possono, quindi, deviare. In realtà, hanno peccato. È così che nel mondo è entrato il male morale, incommensurabilmente più grave del male fisico. Dio non è in alcun modo, né direttamente né indirettamente, la causa del male morale. Però, rispettando la libertà della sua creatura, lo permette e, misteriosamente, sa trarne il bene:

« Infatti Dio onnipotente [...], essendo supremamente buono, non permetterebbe mai che un qualsiasi male esistesse nelle sue opere, se non fosse sufficientemente potente e buono da trarre dal male stesso il bene ».

 Così, col tempo, si può scoprire che Dio, nella sua provvidenza onnipotente, può trarre un bene dalle conseguenze di un male, anche morale, causato dalle sue creature: « Non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio. [...] Se voi avete pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene [...] per far vivere un popolo numeroso » (Gn 45,8; 50,20). 

Dal più grande male morale che mai sia stato commesso, il rifiuto e l'uccisione del Figlio di Dio, causata dal peccato di tutti gli uomini, Dio, con la sovrabbondanza della sua grazia, ha tratto i più grandi beni: la glorificazione di Cristo e la nostra redenzione. Con ciò, però, il male non diventa un bene.
 « Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio » (Rm 8,28). 


La testimonianza dei santi non cessa di confermare questa verità:

Così santa Caterina da Siena dice 
a « coloro che si scandalizzano » e si ribellano 
davanti a ciò che loro capita: 
« Tutto viene dall'amore, tutto è ordinato alla salvezza dell'uomo, 
Dio non fa niente se non a questo fine ».

E san Tommaso Moro, 
poco prima del martirio, consola la figlia: 
« Non accade nulla che Dio non voglia, 
e io sono sicuro che qualunque cosa avvenga, 
per quanto cattiva appaia, 
sarà in realtà sempre per il meglio ».

E Giuliana di Norwich: 
« Imparai dalla grazia di Dio che 
dovevo rimanere fermamente nella fede, 
e quindi dovevo saldamente e perfettamente credere 
che tutto sarebbe finito in bene [...]. 
Tu stessa vedrai che ogni specie di cosa sarà per il bene ».

Noi crediamo fermamente che Dio è Signore del mondo e della storia. Ma le vie della sua provvidenza spesso ci rimangono sconosciute. Solo alla fine, quando avrà termine la nostra conoscenza imperfetta e vedremo Dio « a faccia a faccia » (1 Cor 13,12), conosceremo pienamente le vie lungo le quali, anche attraverso i drammi del male e del peccato, Dio avrà condotto la sua creazione fino al riposo di quel Sabato definitivo, in vista del quale ha creato il cielo e la terra.

CCC, p.1, s.2, c.1, p.4 
http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p1s2c1p4_it.htm

martedì 18 ottobre 2016

apertura alla vita nel matrimonio


La fecondità è un dono, un fine del matrimonio; infatti l'amore coniugale tende per sua natura ad essere fecondo. Il figlio non viene ad aggiungersi dall'esterno al reciproco amore degli sposi; sboccia nel cuore stesso del loro mutuo dono, di cui è frutto e compimento. Perciò la Chiesa, che « sta dalla parte della vita », insegna che « qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto per sé alla trasmissione della vita ».

« Tale dottrina, più volte esposta dal Magistero della Chiesa, è fondata sulla connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l'uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell'atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo ».

 Chiamati a donare la vita, gli sposi partecipano della potenza creatrice e della paternità di Dio. « Nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla, che deve essere considerato come la loro propria missione, i coniugi sanno di essere cooperatori dell'amore di Dio Creatore e come suoi interpreti. E perciò adempiranno il loro dovere con umana e cristiana responsabilità ».

 Un aspetto particolare di tale responsabilità riguarda la regolazione della procreazione. Per validi motivi gli sposi possono voler distanziare le nascite dei loro figli. Devono però verificare che il loro desiderio non sia frutto di egoismo, ma sia conforme alla giusta generosità di una paternità responsabile. Inoltre regoleranno il loro comportamento secondo i criteri oggettivi della moralità:

« Quando si tratta di comporre l'amore coniugale con la trasmissione responsabile della vita, il carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va determinato da criteri oggettivi, che hanno il loro fondamento nella natura stessa della persona umana e dei suoi atti, criteri che rispettano, in un contesto di vero amore, l'integro senso della mutua donazione e della procreazione umana; e tutto ciò non sarà possibile se non venga coltivata con sincero animo la virtù della castità coniugale ».

 « Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l'atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore e il suo ordinamento all'altissima vocazione dell'uomo alla paternità ».

 La continenza periodica, i metodi di regolazione delle nascite basati sull'auto-osservazione e il ricorso ai periodi infecondi sono conformi ai criteri oggettivi della moralità. Tali metodi rispettano il corpo degli sposi, incoraggiano tra loro la tenerezza e favoriscono l'educazione ad una libertà autentica. Al contrario, è intrinsecamente cattiva « ogni azione che, o in previsione dell'atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione ».

« Al linguaggio nativo che esprime la reciproca donazione totale dei coniugi, la contraccezione impone un linguaggio oggettivamente contraddittorio, quello cioè del non donarsi all'altro in totalità: ne deriva non soltanto il positivo rifiuto all'apertura alla vita, ma anche una falsificazione dell'interiore verità dell'amore coniugale, chiamato a donarsi in totalità personale. [...] La differenza antropologica e al tempo stesso morale, che esiste tra la contraccezione e il ricorso ai ritmi temporali [...], coinvolge in ultima analisi due concezioni della persona e della sessualità umana tra loro irriducibili ».

« Sia chiaro a tutti che la vita dell'uomo e il compito di trasmetterla non sono limitati solo a questo tempo e non si possono commisurare e capire in questo mondo soltanto, ma riguardano sempre il destino eterno degli uomini ».

CCC, 2366-2371
http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s2c2a6_it.htm 

lunedì 10 ottobre 2016

fede e opere: segno, frutto ... e merito


4.6 La certezza della salvezza

34. Insieme confessiamo che i credenti possono fare affidamento sulla misericordia e sulle promesse di Dio. Anche nella loro debolezza e nelle molteplici minacce che mettono in pericolo la loro fede, essi possono contare, in forza della morte e della resurrezione di Cristo, sulla promessa efficace della grazia di Dio nella Parola e nel sacramento ed essere così certi di questa grazia.

35. I riformatori hanno accentuato in modo particolare il fatto che, nella prova, il credente non deve rivolgere lo sguardo a se stesso, ma a Cristo e fare affidamento in modo totale soltanto su di lui. Riponendo così la sua fiducia nella promessa di Dio, egli è certo della sua salvezza, mentre non ne è mai certo se guarda a se stesso.

36. I cattolici possono condividere l’orientamento dei riformatori che consiste nel fondare la fede sulla realtà oggettiva della promessa di Cristo, a prescindere dalla personale esperienza e nel confidare unicamente nella promessa di Cristo (cfr. Mt 16, 19 ; 18, 18). Con il Concilio Vaticano II, i cattolici affermano che credere significa abbandonarsi interamente a Dio, che ci libera dalle tenebre del peccato e della morte e ci desta alla vita eterna. In questo senso l’uomo non può credere in Dio e contemporaneamente ritenere che la sua promessa non è affidabile. Nessuno può dubitare della misericordia di Dio e del merito di Cristo, allorché ciascuno può temere per la sua salvezza se considera le sue debolezze e le sue mancanze. Il credente, pur conoscendo i suoi fallimenti, può essere certo che Dio vuole la sua salvezza (cfr. fonti del cap. 4.6).

4.7 Le buone opere del giustificato

37. Insieme confessiamo che le buone opere — una vita cristiana nella fede nella speranza e nell’amore — sono la conseguenza della giustificazione e ne rappresentano i frutti. Quando il giustificato vive in Cristo e agisce nella grazia che ha ricevuto, egli dà, secondo un modo di esprimersi biblico, dei buoni frutti. Tale conseguenza della giustificazione è per il cristiano anche un dovere da assolvere, in quanto egli lotta contro il peccato durante tutta la sua vita ; per questo motivo Gesù e gli scritti apostolici esortano i cristiani a compiere opere d’amore.

38. Secondo la concezione cattolica, le buone opere, compiute per mezzo della grazia e dell’azione dello Spirito Santo, contribuiscono ad una crescita nella grazia, di modo che la giustizia ricevuta da Dio è preservata e la comunione con Cristo approfondita. Quando i cattolici affermano il «carattere meritorio» delle buone opere, essi intendono con ciò che, secondo la testimonianza biblica, a queste opere è promesso un salario in cielo. La loro intenzione è di sottolineare la responsabilità dell’uomo nei confronti delle sue azioni, senza contestare con ciò il carattere di dono delle buone opere, e tanto meno negare che la giustificazione stessa resta un dono immeritato della grazia.

39. Anche nei luterani si riscontra il concetto di una preservazione della grazia e di una crescita nella grazia e nella fede. Anzi, essi sottolineano che la giustizia in quanto accettazione da parte di Dio e partecipazione alla giustizia di Cristo, è sempre perfetta. Al tempo stesso affermano che i suoi effetti possono crescere nella vita cristiana. Considerando le buone opere del cristiano come «frutti» e «segni» della giustificazione e non «meriti» che gli sono propri, essi comprendono, allo stesso modo, conformemente al Nuovo Testamento, la vita eterna come «salario» immeritato nel senso del compimento della promessa di Dio ai credenti (cfr. Fonti del cap. 4.7).

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/chrstuni/documents/
rc_pc_chrstuni_doc_31101999_cath-luth-joint-declaration_it.html#_ftn8



martedì 4 ottobre 2016

La luce nella città degli uomini (2)

54. Assimilata e approfondita in famiglia, 
la fede diventa luce per illuminare tutti i rapporti sociali. 

Come esperienza della paternità di Dio 
e della misericordia di Dio, 
si dilata poi in cammino fraterno. 

Nella "modernità" si è cercato di costruire 
la fraternità universale tra gli uomini, 
fondandosi sulla loro uguaglianza. 

A poco a poco, però, abbiamo compreso che questa fraternità, 
privata del riferimento a un Padre comune 
quale suo fondamento ultimo, 
non riesce a sussistere. 

Occorre dunque tornare alla vera radice della fraternità. 
La storia di fede, fin dal suo inizio, 
è stata una storia di fraternità, anche se non priva di conflitti. 

Dio chiama Abramo ad uscire dalla sua terra 
e gli promette di fare di lui un’unica grande nazione, 
un grande popolo, sul quale riposa la Benedizione divina (cfr Gen 12,1-3). 

Nel procedere della storia della salvezza, 
l’uomo scopre che Dio vuol far partecipare tutti, 
come fratelli, all'unica benedizione, 
che trova la sua pienezza in Gesù, affinché tutti diventino uno. 

L’amore inesauribile del Padre ci viene comunicato, 
in Gesù, anche attraverso la presenza del fratello. 

La fede ci insegna a vedere 
che in ogni uomo c’è una benedizione per me, 
che la luce del volto di Dio 
mi illumina attraverso il volto del fratello. 

Quanti benefici ha portato 
lo sguardo della fede cristiana alla città degli uomini 
per la loro vita comune! 

Grazie alla fede abbiamo capito 
la dignità unica della singola persona, 
che non era così evidente nel mondo antico. 

Nel secondo secolo, il pagano Celso 
rimproverava ai cristiani quello che a lui pareva 
un’illusione e un inganno: 

pensare che Dio avesse creato il mondo per l’uomo, 
ponendolo al vertice di tutto il cosmo. 

Si chiedeva allora: 
« Perché pretendere che [l’erba] cresca per gli uomini, 
e non meglio per i più selvatici degli animali senza ragione? », 

« Se guardiamo la terra dall’alto del cielo, 
che differenza offrirebbero le nostre attività 
e quelle delle formiche e delle api? ». 

Al centro della fede biblica, 
c’è l’amore di Dio, la sua cura concreta per ogni persona, 
il suo disegno di salvezza che abbraccia tutta l’umanità 
e l’intera creazione e che raggiunge il vertice 
nell’Incarnazione, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo. 

Quando questa realtà viene oscurata, 
viene a mancare il criterio per distinguere 
ciò che rende preziosa e unica la vita dell’uomo. 

Egli perde il suo posto nell’universo, 
si smarrisce nella natura, 
rinunciando alla propria responsabilità morale, 
oppure pretende di essere arbitro assoluto, 
attribuendosi un potere di manipolazione senza limiti.

55. La fede, inoltre, nel rivelarci l’amore di Dio Creatore, 
ci fa rispettare maggiormente la natura, 
facendoci riconoscere in essa una grammatica da Lui scritta 
e una dimora a noi affidata perché sia coltivata e custodita; 

ci aiuta a trovare modelli di sviluppo 
che non si basino solo sull'utilità e sul profitto, 
ma che considerino il creato come dono, 
di cui tutti siamo debitori; 

ci insegna a individuare forme giuste di governo, 
riconoscendo che l’autorità viene da Dio 
per essere al servizio del bene comune. 

La fede afferma anche la possibilità del perdono, 
che necessita molte volte di tempo, 
di fatica, di pazienza e di impegno; 

perdono possibile se si scopre che il bene 
è sempre più originario e più forte del male, 
che la parola con cui Dio afferma la nostra vita 
è più profonda di tutte le nostre negazioni. 

Anche da un punto di vista semplicemente antropologico, 
d’altronde, l’unità è superiore al conflitto; 
dobbiamo farci carico anche del conflitto,
 ma il viverlo deve portarci a risolverlo, a superarlo, 
trasformandolo in un anello di una catena, in uno sviluppo verso l’unità.

Quando la fede viene meno, 
c’è il rischio che anche i fondamenti del vivere 
vengano meno, come ammoniva il poeta T. S. Eliot: 

« Avete forse bisogno che vi si dica 
che perfino quei modesti successi / 
che vi permettono di essere fieri di una società educata / 
difficilmente sopravviveranno alla fede 
a cui devono il loro significato? ». 

Se togliamo la fede in Dio dalle nostre città, 
si affievolirà la fiducia tra di noi, 
ci terremmo uniti soltanto per paura, 
e la stabilità sarebbe minacciata. 

La Lettera agli Ebrei afferma: 
« Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. 
Ha preparato infatti per loro una città » (Eb 11,16). 

L’espressione "non vergognarsi" 
è associata a un riconoscimento pubblico. 

Si vuol dire che Dio confessa pubblicamente, 
con il suo agire concreto, la sua presenza tra noi, 
il suo desiderio di rendere saldi i rapporti tra gli uomini. 

Saremo forse noi a vergognarci di chiamare Dio il nostro Dio? 
Saremo noi a non confessarlo come tale nella nostra vita pubblica, 
a non proporre la grandezza della vita comune 
che Egli rende possibile? 

La fede illumina il vivere sociale; 
essa possiede una luce creativa 
per ogni momento nuovo della storia, 
perché colloca tutti gli eventi in rapporto 
con l’origine e il destino di tutto 
nel Padre che ci ama.

Papa Francesco, Lumen Fidei (29 Giugno 2013), n° 54-55
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/
papa-francesco_20130629_enciclica-lumen-fidei.html