sabato 31 ottobre 2015

... nulla di più grande

Maria è Madre di misericordia 
perché Gesù Cristo, suo Figlio, è mandato dal Padre 
come Rivelazione della misericordia di Dio (cf Gv3, 16-18). 

Egli è venuto non per condannare ma per perdonare, 
per usare misericordia (cf Mt 9,13). 
E la misericordia più grande sta nel suo essere in mezzo a noi 
e nella chiamata che ci è rivolta ad incontrare Lui e a confessarlo, 
insieme con Pietro, come «il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). 

Nessun peccato dell'uomo 
può cancellare la misericordia di Dio, può impedirle di sprigionare 
tutta la sua forza vittoriosa, se appena la invochiamo. 
Anzi, lo stesso peccato fa risplendere ancora di più 
l'amore del Padre che, per riscattare lo schiavo, 
ha sacrificato il suo Figlio: 
la sua misericordia per noi è redenzione. 

Questa misericordia giunge a pienezza con il dono dello Spirito, 
che genera ed esige la vita nuova. 
Per quanto numerosi e grandi siano gli ostacoli 
opposti dalla fragilità e dal peccato dell'uomo, 
lo Spirito, che rinnova la faccia della terra (cf Sal 1031,30), 
rende possibile il miracolo del compimento perfetto del bene. 

Questo rinnovamento, che dà la capacità di fare ciò che 
è buono, nobile, bello, gradito a Dio e conforme alla sua volontà, 
è in un certo senso la fioritura del dono della misericordia, 
che libera dalla schiavitù del male e dà la forza di non peccare più. 

Attraverso il dono della vita nuova 
Gesù ci rende partecipi del suo amore 
e ci conduce al Padre nello Spirito.

È questa la consolante certezza della fede cristiana, 
alla quale essa deve la sua profonda umanità 
e la sua straordinaria semplicità. 

Talvolta, nelle discussioni sui nuovi complessi problemi morali, 
può sembrare che la morale cristiana sia in se stessa troppo difficile, 
ardua da comprendere e quasi impossibile da praticare. 

Ciò è falso, perché essa consiste, in termini di semplicità evangelica, 
nel seguire Gesù Cristo, nell'abbandonarsi a Lui, 
nel lasciarsi trasformare dalla sua grazia 
e rinnovare dalla sua misericordia, 
che ci raggiungono nella vita di comunione della sua Chiesa. 

«Chi vuole vivere — ci ricorda sant'Agostino —, 
ha dove vivere, ha donde vivere. 
Si avvicini, creda, si lasci incorporare per essere vivificato. 
Non rifugga dalla compagine delle membra».

Può capire dunque l'essenza vitale della morale cristiana, 
con la luce dello Spirito, ogni uomo, anche il meno dotto, 
anzi soprattutto chi sa conservare un «cuore semplice» (Sal 852,11). 

D'altra parte, questa semplicità evangelica 
non esime dall'affrontare la complessità del reale,
ma può introdurre alla sua più vera comprensione, 
perché la sequela di Cristo metterà progressivamente in luce 
i caratteri dell'autentica moralità cristiana e darà, 
al tempo stesso, l'energia di vita per la sua realizzazione. 

È compito del Magistero della Chiesa vegliare 
perché il dinamismo della sequela di Cristo 
si sviluppi in modo organico, senza che ne vengano falsate 
o occultate le esigenze morali, con tutte le loro conseguenze. 
Chi ama Cristo osserva i suoi comandamenti (cf Gv 14,15).

Maria è Madre di misericordia anche perché a lei 
Gesù affida la sua Chiesa e l'intera umanità. 

Ai piedi della Croce, quando accetta Giovanni come figlio, 
quando chiede, insieme con Cristo, 
il perdono al Padre per coloro che non sanno quello che fanno (cfLc 23,34), 
Maria in perfetta docilità allo Spirito 
sperimenta la ricchezza e l'universalità dell'amore di Dio, 
che le dilata il cuore e la fa capace di abbracciare l'intero genere umano. 
È resa, in tal modo, Madre di tutti noi, e di ciascuno di noi, 
Madre che ci ottiene la misericordia divina.

Maria è segno luminoso ed esempio affascinante di vita morale: 
«la vita di lei sola è insegnamento per tutti», 
scrive sant'Ambrogio, 
che rivolgendosi in particolare alle vergini 
ma in un orizzonte aperto a tutti così afferma: 

«Il primo ardente desiderio di imparare lo dà la nobiltà del maestro. 
E chi è più nobile della Madre di Dio? o più splendida 
di Colei che fu eletta dallo stesso Splendore?».
Maria vive e realizza la propria libertà 
donando se stessa a Dio ed accogliendo in sé il dono di Dio. 

Custodisce nel suo grembo verginale il Figlio di Dio 
fatto uomo fino al tempo della nascita, 
lo alleva, lo fa crescere e lo accompagna 
in quel gesto supremo di libertà, 
che è il sacrificio totale della propria vita. 

Con il dono di se stessa, 
Maria entra pienamente nel disegno di Dio, che si dona al mondo. 
Accogliendo e meditando nel suo cuore 
avvenimenti che non sempre comprende (cf Lc 2,19), 
diventa il modello di tutti coloro 
che ascoltano la parola di Dio e la osservano (cf Lc 11, 28) 
e merita il titolo di «Sede della Sapienza». 

Questa Sapienza è Gesù Cristo stesso, 
il Verbo eterno di Dio, che rivela e compie 
perfettamente la volontà del Padre (cf Eb 10,5-10). 

Maria invita ogni uomo ad accogliere questa Sapienza. 
Anche a noi rivolge l'ordine dato ai servi, 
a Cana in Galilea durante il banchetto di nozze: 
«Fate quello che egli vi dirà» (Gv 2,5).

Maria condivide la nostra condizione umana, 
ma in una totale trasparenza alla grazia di Dio. 
Non avendo conosciuto il peccato, 
ella è in grado di compatire ogni debolezza. 

Comprende l'uomo peccatore e lo ama con amore di Madre. 
Proprio per questo sta dalla parte della verità 
e condivide il peso della Chiesa nel richiamare a tutti 
e sempre le esigenze morali. 
Per lo stesso motivo non accetta 
che l'uomo peccatore venga ingannato 
da chi pretenderebbe di amarlo giustificandone il peccato, 
perché sa che in tal modo sarebbe reso vano 
il sacrificio di Cristo, suo Figlio. 

Nessuna assoluzione, offerta da compiacenti dottrine 
anche filosofiche o teologiche, 
può rendere l'uomo veramente felice: 
solo la Croce e la gloria di Cristo risorto 
possono donare pace alla sua coscienza e salvezza alla sua vita.

O Maria, 
Madre di misericordia, 
veglia su tutti 
perché non venga resa vana la croce di Cristo, 
perché l'uomo non smarrisca la via del bene,
non perda la coscienza del peccato,
cresca nella speranza in Dio 
«ricco di misericordia» (Ef 2,4), 
compia liberamente le opere buone 
da Lui predisposte (cf Ef 2,10) 
e sia così con tutta la vita 
«a lode della sua gloria» (Ef 1,12).

San Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor (118-119-120)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/
hf_jp-ii_enc_06081993_veritatis-splendor.html

mercoledì 21 ottobre 2015

exemplar, fondamento di tutte le cose?

Dio è causa esemplare di tutte le cose. 

E si dimostra osservando che l'esemplare 
è necessario alla produzione di una cosa, 
perché l'effetto raggiunga una forma determinata: 

infatti l'artefice produce una data forma nella materia 
in base all'esemplare al quale s'ispira, 
sia esso un modello a cui guarda dall'esterno, 
o un esemplare concepito internamente dall'intelligenza. 

Ora, è chiaro che le cose prodotte dalla natura 
ricevono delle forme determinate. 
E questa determinazione di forme è necessario riportarla, 
come a prima causa, alla sapienza divina, 
la quale ha fissato l'ordine dell'universo
che consiste nella varietà delle cose. 

Perciò è necessario affermare che nella divina sapienza 
si trovano le essenze di tutte le cose: 
le quali sopra abbiamo chiamato idee
cioè forme esemplari esistenti nella mente di Dio

E sebbene esse siano molteplici relativamente alle cose, 
tuttavia non sono in realtà distinte dall'essenza divina, 
in quanto la somiglianza di questa 
può essere da più cose diversamente partecipata. 

Così dunque Dio stesso è la causa esemplare di tutte le cose. 

Anche tra gli esseri creati però alcuni possono dirsi 
esemplari o modelli di altri, 
in quanto certe cose somigliano a certe altre, 
o secondo una medesima specie, ovvero per un'analogia di imitazione.

San Tommaso D'Aquino, Somma teologica I, q. 44, a. 3

sabato 3 ottobre 2015

come potrebbe essere geloso ...?

... solo nello Spirito Santo è possibile ritrovare 
questa pienezza della vocazione matrimoniale. 

L’atto costitutivo del matrimonio è il donarsi reciproco, 
il fare dono del proprio corpo 
(cioè, nel linguaggio biblico, di tutto se stessi) al coniuge. 
Essendo il sacramento del dono, il matrimonio è, per sua natura, 
un sacramento aperto all’azione dello Spirito Santo 
che è per eccellenza il Dono, 
o meglio il Donarsi reciproco del Padre e del Figlio. 
È la presenza santificante dello Spirito che fa, 
del matrimonio, un sacramento non solo celebrato, ma vissuto.

Fare spazio a Cristo nella vita di coppia 
è il segreto per accedere a questi splendori del matrimonio cristiano. 
È da lui infatti che viene lo Spirito Santo 
che fa nuove tutte le cose. 
Un libro del vescovo Fulton Sheen, 
popolare negli anni Cinquanta, 
inculcava tutto ciò nel titolo stesso che recava: 
“Tre per sposarsi”.

Non bisogna aver paura di proporre 
ad alcune coppie di futuri sposi cristiani, 
particolarmente preparate, un traguardo altissimo: 
quello di pregare un po’ insieme la sera delle nozze, 
come Tobia e Sara, e poi dare a Dio Padre 
la gioia di vedere di nuovo realizzato, 
grazie a Cristo, il suo progetto iniziale, 
quando Adamo ed Eva stavano nudi uno di fronte all’altra 
e tutti e due davanti a Dio, e non ne provavano vergogna.

... da La scarpetta di raso di Claudel. 
... un dialogo tra la protagonista femminile del dramma, 
combattuta tra la paura e il desiderio di arrendersi all’amore,
e il suo angelo custode:

-È dunque permesso questo amore delle creature l’una per l’altra? Davvero, Dio non è geloso?
- Come potrebbe essere geloso di ciò che ha fatto lui stesso?
-Ma l’uomo nelle braccia della donna dimentica Dio…
-È forse dimenticarlo essere con lui ed essere associati al mistero della sua creazione?

http://www.cantalamessa.org/?p=961

la stessa identità ... fondamentale


La persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio, 
non può essere definita in modo adeguato 
con un riduttivo riferimento solo al suo orientamento sessuale.

Qualsiasi persona che vive sulla faccia della terra 
ha problemi e difficoltà personali, ma anche opportunità di crescita, 
risorse, talenti e doni propri.

La Chiesa offre quel contesto 
del quale oggi si sente una estrema esigenza 
per la cura della persona umana,

proprio quando rifiuta di considerare la persona 
puramente come un « eterosessuale » o un « omosessuale » 
e sottolinea che ognuno ha la stessa identità fondamentale:

essere creatura e, per grazia, figlio di Dio, erede della vita eterna.

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/
rc_con_cfaith_doc_19861001_homosexual-persons_it.html

domenica 27 settembre 2015

la quarta via: la più debole

Che Dio esista si può provare per cinque vie. 

La prima e la più evidente è quella che si desume dal moto. 

È certo infatti e consta dai sensi,
che in questo mondo alcune cose si muovono. 
Ora, tutto ciò che si muove è mosso da un altro. 
Infatti, niente si trasmuta che non sia potenziale 
rispetto al termine del movimento; 
mentre chi muove, muove in quanto è in atto. 
Perché muovere non altro significa 
che trarre qualche cosa dalla potenza all'atto; 
e niente può essere ridotto dalla potenza all'atto
se non mediante un essere che è già in atto. 
P. es., il fuoco che è caldo attualmente rende caldo in atto il legno, 
che era caldo soltanto potenzialmente, e così lo muove e lo altera. 
Ma non è possibile che una stessa cosa 
sia simultaneamente e sotto lo stesso aspetto in atto ed in potenza: 
lo può essere soltanto sotto diversi rapporti: 
così ciò che è caldo in atto non può essere insieme caldo in potenza, 
ma è insieme freddo in potenza. 
È dunque impossibile che sotto il medesimo aspetto 
una cosa sia al tempo stesso movente e mossa, cioè che muova se stessa. 
È dunque necessario che tutto ciò che si muove sia mosso da un altro. 
Se dunque l'essere che muove è anch'esso soggetto a movimento, 
bisogna che sia mosso da un altro, e questo da un terzo e così via. 
Ora, non si può in tal modo procedere all'infinito, 
perché altrimenti non vi sarebbe un primo motore, 
e di conseguenza nessun altro motore, 
perché i motori intermedi non muovono 
se non in quanto sono mossi dal primo motore, 
come il bastone non muove se non in quanto è mosso dalla mano. 
Dunque è necessario arrivare ad un primo motore 
che non sia mosso da altri; e tutti riconoscono che esso è Dio.


La seconda via parte dalla nozione di causa efficiente. 

Troviamo nel mondo sensibile che vi è un ordine tra le cause efficienti, 
ma non si trova, ed è impossibile, 
che una cosa sia causa efficiente di se medesima; 
ché altrimenti sarebbe prima di se stessa, cosa inconcepibile. 
Ora, un processo all'infinito nelle cause efficienti è assurdo. 
Perché in tutte le cause efficienti concatenate la prima è causa dell'intermedia, 
e l'intermedia è causa dell'ultima, siano molte le intermedie o una sola; 
ora, eliminata la causa è tolto anche l'effetto: 
se dunque nell'ordine delle cause efficienti non vi fosse una prima causa, 
non vi sarebbe neppure l'ultima, né l'intermedia. 
Ma procedere all'infinito nelle cause efficienti 
equivale ad eliminare la prima causa efficiente; 
e così non avremo neppure l'effetto ultimo, né le cause intermedie: 
ciò che evidentemente è falso. 
Dunque bisogna ammettere una prima causa efficiente, 
che tutti chiamano Dio.


La terza via è presa dal possibile 
(o contingente) e dal necessario, ed è questa. 

Tra le cose noi ne troviamo di quelle che possono essere e non essere; 
infatti alcune cose nascono e finiscono, 
il che vuol dire che possono essere e non essere. 
Ora, è impossibile che tutte le cose di tal natura siano sempre state, 
perché ciò che può non essere, un tempo non esisteva. 
Se dunque tutte le cose (esistenti in natura sono tali che) 
possono non esistere, in un dato momento niente ci fu nella realtà. 
Ma se questo è vero, anche ora non esisterebbe niente, 
perché ciò che non esiste, 
non comincia ad esistere se non per qualche cosa che è. 
Dunque, se non c'era ente alcuno, 
è impossibile che qualche cosa cominciasse ad esistere, 
e così anche ora non ci sarebbe niente, 
il che è evidentemente falso. 
Dunque non tutti gli esseri sono contingenti, 
ma bisogna che nella realtà vi sia qualche cosa di necessario. 
Ora, tutto ciò che è necessario, 
o ha la causa della sua necessità in altro essere oppure no. 
D'altra parte, negli enti necessari che hanno altrove la causa della loro necessità, 
non si può procedere all'infinito, 
come neppure nelle cause efficienti secondo che si è dimostrato. 
Dunque bisogna concludere all'esistenza di un essere 
che sia di per sé necessario, e non tragga da altri la propria necessità, 
ma sia causa di necessità agli altri. 
E questo tutti dicono Dio.


La quarta via si prende dai gradi che si riscontrano nelle cose. 

È un fatto che nelle cose si trova il bene, il vero, il nobile 
e altre simili perfezioni in un grado maggiore o minore. 
Ma il grado maggiore o minore si attribuisce alle diverse cose 
secondo che esse si accostano di più o di meno ad alcunché di sommo e di assoluto; 
così più caldo è ciò che maggiormente si accosta al sommamente caldo. 
Vi è dunque un qualche cosa che è vero al sommo, 
ottimo e nobilissimo, e di conseguenza qualche cosa che è il supremo ente; 
perché, come dice Aristotele, ciò che è massimo in quanto vero, 
è tale anche in quanto ente. 
Ora, ciò che è massimo in un dato genere, 
è causa di tutti gli appartenenti a quel genere, 
come il fuoco, caldo al massimo, è cagione di ogni calore, 
come dice il medesimo Aristotele. 
Dunque vi è qualche cosa che per tutti gli enti 
è causa dell'essere, della bontà e di qualsiasi perfezione. 
E questo chiamiamo Dio.


La quinta via si desume dal governo delle cose.

Noi vediamo che alcune cose, le quali sono prive di conoscenza, 
cioè i corpi fisici, operano per un fine, 
come appare dal fatto che esse operano 
sempre o quasi sempre allo stesso modo per conseguire la perfezione: 
donde appare che non a caso, ma per una predisposizione raggiungono il loro fine. 
Ora, ciò che è privo d'intelligenza non tende al fine 
se non perché è diretto da un essere conoscitivo e intelligente, 
come la freccia dall'arciere. 
Vi è dunque un qualche essere intelligente, 
dal quale tutte le cose naturali sono ordinate a un fine: 
e quest'essere chiamiamo Dio.

San Tommaso d'Aquino, Somma Teologica, I, q.2, a.3

http://www.cattedrarosmini.org/site/view/view.php?cmd=view&id=47&menu1=m3&menu2=m9&menu3=m74&videoid=127

domenica 20 settembre 2015

uno dei nemici: lo spirito d'impurità

Ma il diavolo, che odia il bene ed è invidioso, 
non sopportò di vedere in un giovane tale proposito di vita 
e incominciò a mettere in opera anche contro di lui i suoi intrighi abituali. 

Per prima cosa cercò di distoglierlo dall’ascesi 
ispirandogli il ricordo delle ricchezze, 
la sollecitudine per la sorella, l’affetto per i parenti, 
l’amore per il denaro, il desiderio di gloria, 
il piacere di un cibo svariato e ogni altro godimento della vita. 

Infine gli suggeriva il pensiero di come sia aspra la virtù 
e quali fatiche richieda e gli metteva dinanzi 
la debolezza del corpo e la lunghezza del tempo. 
Insomma risvegliò nella sua mente una grande tempesta di pensieri, 
perché voleva distoglierlo dalla sua giusta decisione.

Ma come il Nemico si vide debole di fronte al proposito di Antonio 
e vide che era piuttosto lui a essere vinto dalla fermezza di Antonio, 
respinto dalla sua grande fede e abbattuto dalle sue continue preghiere, 
allora confidò in quelle armi che si trovano presso l’ombelico e se ne gloriò 
– sono queste le prime insidie contro i giovani–. 

Assale così il giovane turbandolo di notte, 
molestandolo di giorno al punto che quelli che lo vedevano 
si accorgevano della lotta che si combatteva tra i due. 

L’uno, infatti, suggeriva pensieri impuri, l’altro li scacciava con le preghiere; 
l’uno lo eccitava, l’altro, come arrossendo di vergogna, 
dava forza al suo corpo mediante la fede e i digiuni. 

Il diavolo, sciagurato, di notte assumeva anche l’aspetto di una donna 
e ne imitava il comportamento in tutte le maniere, 
con il solo intento di sedurre Antonio. 

Ma questi, pensando a Cristo e meditando sulla nobiltà 
che l’uomo possiede grazie a lui e sulla qualità spirituale dell’anima, 
spegneva il fuoco della sua seduzione. 

Di nuovo il Nemico gli suggeriva la dolcezza del piacere, 
ma Antonio, come adirato e addolorato, 
pensava alla minaccia del fuoco e al tormento del verme, 
opponeva questi pensieri alle tentazioni del Nemico 
e passava attraverso di esse senza patirne danno.

Tutto questo accadeva a vergogna del Nemico. 
Colui che pensava di farsi simile a Dio, infatti, 
veniva deriso da un giovane ragazzo; 
colui che si gloriava contro la carne e il sangue, 
era abbattuto da un uomo rivestito di carne perché il Signore, 
che si rivestì di carne per noi e che diede al corpo la vittoria sul diavolo, aiutava Antonio. 
Perciò ciascuno di quelli che così combattono può dire: 
Non io, ma la grazia di Dio che è con me.

Infine il drago, poiché non era riuscito a far cader Antonio 
neppure in questo modo e vedeva che invece era lui a essere respinto dal suo cuore, 
digrignando i denti, come sta scritto e come fuori di sé, 
gli apparve quale egli è spiritualmente, nelle sembianze di un ragazzo nero. 

Come se gli fosse sottomesso, non lo assaliva più con i pensieri 
– l’ingannatore, infatti, era stato scacciato – 
ma usando la voce umana gli diceva: 
« Molti ho tratto in inganno, la maggior parte li ho abbattuti, 
ma ora che ho affrontato te e le tue fatiche come ho fatto con molti altri, 
sono ridotto all’impotenza ». 

Poi, quando Antonio gli chiese: « Chi sei tu che così mi parli? », 
subito gemeva dicendo: « Io sono amico dell’impurità; 
mi sono incaricato di insidiare ed eccitare i giovani per spingerli ad essa. 

Mi chiamano spirito d’impurità. 

Quanti, che volevano vivere castamente, sono riuscito a ingannare! 
Quanti, che vivevano in castità, ho dissuaso con le mie istigazioni! 
Io sono colui a causa del quale il profeta rimprovera quelli che sono caduti dicendo: 
Vi siete lasciati sviare da uno spirito di impurità; 
a causa mia furono gettati a terra. 
Io solo colui che spesso ti ha molestato 
e che altrettante volte si è visto respinto da te ».

Antonio allora rese grazie al Signore, 
si fece coraggio contro il Nemico e gli disse: 
« Grande disprezzo ti meriti; sei nero nell’animo e debole come un ragazzo. 
Non ho più motivo di preoccuparmi per te. 
Il Signore è il mio aiuto e io disprezzerò i miei nemici ». 
All’udir questo quel ragazzo nero se ne fuggì 
spaventato da quelle parole 
temendo anche solo di avvicinarsi a tale uomo.

http://www.monasterovirtuale.it/i-dottori-della-chiesa/s.-atanasio-vita-di-antonio.html

sabato 19 settembre 2015

mezzo incitrullito ... dotto e intelligente

Ma Giuseppe, che palesava essere un mezzo incitrullito, 
fu rimandato a casa. 
I coetanei, quelli più aspri e pungenti, 
non mancarono di affibiargli il soprannome di 
“Pippi boccaperta” 
per averlo sorpreso più volte con la bocca semichiusa 
e le braccia aperte in forma di croce 
dinanzi alle immagini sacre della chiesa di San Francesco. 

In realtà, questo era il preludio delle sue mistiche ascensioni.

Più tardi si rivolse ai Riformati di Casole, 
ma nemmeno questi vollero saperne della sua vocazione. 
Non rimanevano che i Cappuccini dove fu accettato in qualità di fratello laico. 
Stette prima a Copertino e poi a Martina Franca, 
dove fu mandato per l’anno di noviziato. 
Qui vestì il saio e lo chiamarono fra Stefano. 
Era il 1620. 
Un giorno, però, il maestro di noviziato lo chiamò 
per dirgli di tornare al mondo perché non era vocato per quell’Ordine 
in quanto cagionevole di salute, sempre distratto 
al punto da apparire un pò demente. 
Amareggiato, deluso, scalzo e seminudo 
partì da Martina Franca per raggiungere la sua Copertino.

[...]

La sua povertà, ma soprattutto la fama 
dell’indiscutibile carica umanitaria, 
la sua eccezionale fede religiosa e i suoi prodigi 
superarono i confini cittadini e quelli provinciali. 
La sua prima levitazione è documentata il 4 ottobre 1630 
al rientro in chiesa della processione di San Francesco. 
Giuseppe, infatti, si sollevò da terra fino all'altezza del pulpito, 
immobile sotto gli occhi di una folla in delirio. 
Da allora la sua vita cambiò. Le estasi divennero sempre più frequenti.

[...]

A Giuseppe obbedivano non solo gli uomini, ma anche gli animali. 
Cominciò a profondere miracoli 
i quali si pubblicano per la prima volta da Domenico Andrea Rossi nel 1767. 
Il Ministro Generale dei Minori Conventuali, infatti, 
in quell'anno, per i torchi di Giovanni Zampei, dette alle stampe il 
“Compendio della vita, virtù e miracoli di S. Giuseppe di Copertino”. 
Ma la diffusione dei suoi miracoli non tardò a richiamare 
l’attenzione del Sant'Offizio di Napoli. 
Le accuse partirono da Giovinazzo dove il Nostro, 
al termine di una levitazione fu accusato di truffa.
Sicchè il 26 maggio 1636 partì l’accusa formale. 
Secondo la procedura il fascicolo fu inviato a Roma 
dove la commissione cardinalizia del tribunale inquisitoriale 
discusse il caso.

Nel 1638 a Napoli iniziò il suo calvario. 
In attesa di nuove prove di santità fu deciso di tenerlo segregato 
e fu mandato esule e triste ad Assisi. 
Era il 1643 e i suoi miracoli si susseguivano anche in Assisi 
dove gli fu consegnata la cittadinanza onoraria. 
Era il 4 agosto del ’43. 
Ad Assisi padre Giuseppe visse quattordici anni 
e rivelò anche in quella città le sue doti profetiche 
tra cui la morte di Urbano VIII anticipata tre giorni prima. 
Ultimo carisma fu quello della scienza. 
Semplice di lingua, zoppicante in calligrafia, trepido nella lettura, 
ma quando parlava di Dio 
“aveva tanta fecondia nei discorsi teologici 
che pareva dotto e intelligente”.

http://www.sangiuseppedacopertino.it/home/la-storia/san-giuseppe-da-copertino/